.
Annunci online

cosiparlocaiazza
Per quelli che... Apicella non è solo un menestrello

NOVITA' IN LIBRERIA!

Il 19 Gennaio il Corriere della Sera ha dedicato pagina 14 alle intercettazioni del sig. Caiazza che rivolgendosi ad alcuni dirigenti di IdV definiva Di Pietro un delinquente. Ora, il Caiazza non è un personaggio pubblico. Potrebbe essere il panettiere Gino o il barbiere Paoletto. Più o meno nelle stesse ore veniva diffusa (anzi, censurata) la notizia che il Riesame aveva confermato l’ordinanza di sequestro disposta da Apicella & co. nei confronti della procura di Catanzaro che da mesi rifiutava di trasmettere gli atti delle inchieste Why not e Poseidone di De Magistris (ovviamente, anch’egli trasferito). Ma di questo fatto nessun organo di disinformazione ha parlato. Apicella e i pm della procura di Salerno, come è noto, sono stati sanzionati dalla disciplinare del Csm nonostante il Riesame, unico giudice competente a pronunciarsi, avesse deciso nel senso della correttezza. Puniti per aver fatto il loro dovere di giudici, dunque. Nelle stesse ore, il Corriere, per non essere da meno, puniva Carlo Vulpio, cronachista della giudiziaria, reo di aver raccontato la trama del bestseller “Catanzaro-Salerno solo andata” (come lo chiama il muscolarista FT). Questo blog tributa, dunque, il degno riconoscimento alla chiara fama di Caiazza, asceso alla ribalta delle cronache nazionali per nessun motivo.

26 febbraio 2011
Nuovo Blog
Caiazza si è trasferito!
http://www.ilmoralista.it



permalink | inviato da caiazza il 26/2/2011 alle 16:21 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
POLITICA
26 gennaio 2011
ANCHE I GRILLI PARLANTI TENGONO FAMIGLIA

Anche i grilli parlanti tengono famiglia. Il moralismo è spesso la maschera migliore per nascondere vizi privati che rendono simile l’Italia dalle Alpi alla Sicilia. Uno dei più solerti fustigatori della seconda repubblica, sempre pronto ad alzare il ditino da primo della classe per dispensare perle di saggezza politicamente corrette è certamente il deputato mantovano Bruno Tabacci. Instancabile, da anni denuncia via etere “le magagne della Casta, il biliderismo muscolare, la mancanza di etica in politica e il conflitto di interessi che rende l’Italia simile ai paesi sudamericani se non alla Russia di Putin”. Residuo ben conservato della vecchia partitocrazia primo repubblicana, Tabacci palesa una certa attitudine al cambio di casacca. Negli ultimi due anni è uscito dall’Udc per fondare la Rosa Bianca cavalcando la questione morale (“su Cuffaro e Cesa Casini sbaglia, disse alla Stampa”), salvo rientrare giusto in tempo per farsi assicurare la rielezione in parlamento proprio grazie ai voti di quei personaggi “scomodi” che un quarto d’ora prima aveva denunciato. Abbandonata precocemente la battaglia anticasta, Tabacci decise di trasferirsi nell’Api di Rutelli. Nonostante il continuo girovagare, non ha però mai perso la vena polemica e moraleggiante che gli costò il poco lusinghiero appellativo di “grillo parlante” affibbiatogli da Casini in occasione del congresso dello scudocrociato del 2005 quando, in coppia con Follini, fantasticava nuovi e improbabili scenari politici (Berlusconi e Prodi? “Simul stabunt e simul cadent…”). L’uomo nutre una certa considerazione di sé nonostante le continue batoste elettorali. Candidatosi al Comune di Milano alle scorse elezioni comunali riuscì a risultare non eletto prendendo solo un migliaio di voti. Ma per Tabacci il consenso è un elemento trascurabile della politica. Più attento a curare rapporti con le élite economiche, produttive e bancarie del Paese, Tabacci è scivolato nel più classico dei clichè che accompagnano l’uomo politico italico: il familismo amorale. E’ di oggi la notizia, riportata su “Il Fatto Quotidiano”, che il gruppo Ligresti annovera tra i suoi consiglieri anche Simone Tabacci,figlio del più famoso Bruno. Nulla di male, per carità. Soltanto che, tanto per restare in tema di etica e opportunità, forse sarebbe corretto evitare commistioni di interessi tra i politici e i grandi gruppi economici. Perché, come dice Tabacci, “i conflitti di interesse minano il tessuto connettivo del nostro Paese”. O almeno, lo minano fino a quando non mi assumono il figlio.

 
Francesco Maria Toscano

Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag. tabacci casta familismo

permalink | inviato da caiazza il 26/1/2011 alle 14:53 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
POLITICA
14 luglio 2010
ALLA BUON' ORA

Finalmente anche gli scienziati della grande stampa si sono accorti che esiste in Italia un livello occulto di potere che domina e sovrasta quello istituzionale e palese. Meno male, con un po' di ritardo, ce l'hanno fatta. Eppure l'improvviso e fragoroso caso mediatico, scatenante un' improvvisa  ed orgiastica eccitazione neopiduistica mi convince poco oggi, così come non mi convinceva per niente il silenzio di ieri. I vari Cosentino, Dell'Utri, Verdini e compagnia cantante, più che sottili strateghi dell'occulto votati al male per intima passione, sembrano i protagonisti di un remake ben riuscito dei fratelli Capone  in chiave moderna. Tra tutti i fiumi di intercettazioni che abbiamo avuto la fortuna di leggere, ce ne sono alcuni esilaranti, alcuni inquietanti, molti ridicoli e grotteschi. il gruppo in questione pare che avesse pure la capacità di avvicinare giudici poco ligi al dovere al fine di condizionarne le decisioni. Questa sì che è una notizia. Infatti persino dalle parti dell'Anm hanno alzato il sopracciglio severo in segno di sorpresa. Resta però un dato,grande come un macigno, che mi fa dubitare della reale potenza di questi moderni avventurieri. Prendiamo Dell'Utri, evidentemente personaggio di spicco di questa nuova P2 all'amatriciana. Ma se è davvero così bravo ad insabbiare i processi, come mai non è ancora riuscito ad aggiustare il suo? Misteri. Magari  è un generoso che si impegna solo per gli amici e si trascura. Per carità, tutto può essere. Intanto,  alcuni politici caduti in disgrazia alla Veltroni, vecchie glorie come Ciampi e democristiani d'antan alla Pisanu, destatisi dal lungo letargo, hanno deciso, nell'anno di grazia 2010, di rendere edotto il popolo circa le loro personalissime convinzioni sugli anni bui delle stragi. Nel dettaglio, poi, nessuno pare credere più alle risultanze processuali dei  molteplici processi, ormai definitivi, riguardanti l'eccidio di via D'Amelio. L'ipotesi investigativa è che un "Entità" non meglio definita abbia lavorato con scrupolo ed impegno per tenere celata una realtà indicibile, inspiegabile ed indigeribile. E questi, evidentemente, se esistono, hanno dimostrato una capacità operativa certamente più pregnante dei protagonisti odierni della P3. L'interesse sulle stragi del '92 e del '93 si è riacceso grazie alla caparbietà di uomini come Salvatore Borsellino nonché all'apertura di alcune inchieste dal forte impatto mediatico come quelle catanzaresi di de Magistris nelle quali, secondo il consulente Gioacchino Genchi, ruotavano alcuni personaggi che erano già emersi ai tempi delle indagini sulle stragi. Contro quelle ipotesi si scagliarono in tanti, molti dei quali oggi si stracciano le vesti e tuonano contro il possibile ritorno della P2 che, senza bisogno di scomodare Marx, pare in versione macchietta. Care macchiette di oggi che vi divertite a giocare al mistero vi do un consiglio: guardatevi intorno ed imparate. I complotti, quelli veri, bisogna saperli fare. E se non siete in grado, cambiate mestiere. Magari datevi al giornalismo.

 

Francesco Toscano

26 maggio 2010
ASSALTO AL PM
Ho appena finito di leggere il libro “Assalto al Pm” di de Magistris. Devo riconoscere che rappresenta un timido passo in avanti rispetto alla piattaforma politica, intrisa di banalità e luoghi comuni, sposata dall’ex Pm all’indomani delle elezioni Europee. Ho notato, senza stupirmi per la verità, che il nome di Vulpio non compare mai. Ho apprezzato invece l’analisi ruguardante la qualità del Csm e delle articolazioni politiche, specie di sinistra, che lo condizionano. Un passo in avanti rispetto alla sterile invettiva contro il Caimano. Nel libro risulta chiarissmo, inoltre, il ruolo di alcune altissime figure istituzionali, provenienti dal centrosinistra, nell’impedire il controllo di legalità. Molto convincente anche l’analisi sulle responsanbilità interne della categoria dei Magistrati. Tra le righe del libro si possono intuire anche le motivazioni, umane e caratteriali, che hanno influenzato le scelte successive di de Magistris in seguito al brillante risultato conseguito alle Europee, che a detta dello stesso protagonista è andato molto aldilà delle sue più rosee previsioni. Risultato che probabilmente lo ha indotto per inerzia a prendersi improvvisamente molto sul serio. Ma la poltica è una scienza molto mutevole. Meno convincente infine l’esasperazione del dato emotivo, caratterizzato da una serie di domande retoriche sui segni che le vittime delle ingiustizie sono costrette a portate per la vita. La vita è dura per tutti e i ruoli recitati nel corso della stessa non sono sempre gli stessi, Vittime e carnefici non sono categorie separabili e distinguibili una volta e per sempre. Bensì maschere che nella vita e a turno, un po’ tutti indossano per poi dismettere.

Francesco Toscano

7 maggio 2010
CESA LA QUALUNQUE

Casini ha annunciato la nascita di un nuovo partito entro la fine dell’anno ma nessuno lo ha preso sul serio. D’altronde ripete lo stesso ritornello da almeno 2 anni, da quando cioè lanciò una fantomatica costituente di centro che avrebbe dovuto ridare un tetto a tutti “gli uomini di buonsenso che intendono porre un argine al crescente e pericoloso fenomeno dell’antipolitica alimentato a destra dalla Lega e a sinistra da Grillo e Di Pietro”. Ad oggi non si registrano folle oceaniche eccitate dalla brillante intuizione della sempreverde speranza emiliana del centrismo italiano, ma, cristianamente, è bene non mettere limiti alla Provvidenza. Di sicuro però Casini si è perso per strada uno dei più grandi fautori dell’articolato progetto  che avrebbe dovuto in teoria scomporre il quadro politico e ridare fiato alle mai sopite tentazione terziste. Mi riferisco, nel caso, al lucido Tabacci che, dopo aver trascorso un lustro a tentare di convincere Casini ad abbandonare Berlusconi, ha deciso a sua volta di lasciarlo non appena raggiunto lo scopo tanto agognato. Misteri della somma perspicacia. Non è sempre facile infatti  cogliere le sottigliezze politiciste dei pochi vecchi democristiani rimasti al centro della scena, i quali paiono oggettivamente fare molta fatica a raccapezzarsi con la modernità. Tuttavia, nonostante qualche intoppo, Pier si dichiara certo e risoluto nel voler offrire agli italiani una nuovo partito, il Partito della nazione, in grado di “ricucire l’Italia”. Ora, non è per mancanza di fiducia ma, per dirla tutta, è lecito nutrire qualche dubbio sulla bontà dell’iniziativa di Casini. Eh sì, perché se il nuovo partito personale dell’ex Presidente della Camera dovesse ricalcare anche solo un quinto dei tanti difetti  che ammorbano l’Udc odierno, il nuovo partito nascerebbe già vecchissimo. Casini, si sa, sogna una società fondata sul merito. Ma nel caso in cui dovesse applicare alla vita pubblica l’idea di “merito” che persegue all’interno del suo partitino, staremmo freschi. A partire dalla selezione della classe dirigente. I ras dell’Udc meridionali, ex vicesegretario nazionale Cuffaro in testa, si sono ad esempio negli anni distinti per l’impressionante numero di processi per mafia che li hanno visti coinvolti. I casi di familismo amorale nell’Udc, poi, sono all’ordine del giorno e non risparmiano neppure le nuove generazioni. Basti pensare come persino la scelta dei responsabili giovanili nazionali dello scudocrociato rispondano a logiche compensatorie e nepotistiche che nulla hanno a che vedere con la passione, il merito o la militanza. Segretario nazionale dell’Udc giovani è stato nominato Giampiero Zinzi, figlio del parlamentare nonché Presidente della Provincia di Caserta Domenico, mentre responsabile nazionale per le politiche giovanili è stato imposto Matteo Tarolli, figlio del più noto Ivo, già parlamentare Udc e intimo dell’ex Presidente di Bankitalia Antonio Fazio. Magari si riveleranno dei fenomeni ma per adesso l’unico merito acclarato  che sembrano poter vantare è quello di essere nati in un contesto privilegiato. Ma il meglio deve ancora venire. Pur tralasciando le ombre di collusioni mafiose che aleggiano su alcuni dirigenti di quel partito; pur chiudendo un occhio sul vizietto diffuso di scambiare i movimenti giovanili per degli impropri uffici di collocamento adibiti ad uso e consumo della Casta; pur senza scandalizzarsi per i “fortunati” affari in campo edilizio che videro Casini protagonista nel recente passato come testimoniato da una inchiesta dell’Espresso, resta comunque un ultimo punto, grande come un macigno difficilmente aggirabile e che risponde al nome di Lorenzo Cesa, segretario nazionale Udc imposto da Casini. Quali grandi qualità  lo abbiano aiutato nella sua strabiliante carriera politica non è dato saperlo né pare semplice intuirlo. Oratore improbabile, Cesa si è distinto negli anni per aver proposto l’aumento delle indennità per i parlamentari all’indomani dello scandalo a luci rosse che coinvolse l’ex onorevole Udc Mele. Un’idea geniale, volta alleviare la solitudine di alcuni poveri parlamentari costretti a vivere lontani da casa e perciò a supportare spese ingenti per allietarsi le notti romane. Ma il Parlamento, purtroppo, non colse lo spirito filantropico ed epicureo della proposta, e la brillante idea di Cesa cadde ingiustamente nel vuoto. Nonostante sia opinione comunemente accettata che i politici della seconda Repubblica siano mediamente meno colti dei loro predecessori, Cesa è un prodotto della prima Repubblica. Ma nell’anciene regime non ricopriva incarichi di grande prestigio e di lui si ricorda prevalentemente una brutta vicenda giudiziaria riguardante un presunto giro tangenti. Condannato, insieme all’ex ministro Prandini, in primo grado nel Giugno del 2001 a 3 anni e 3 mesi di reclusione, Cesa si salvò per un cavillo in Appello grazie ad una provvidenziale intervenuta prescrizione. In epoca recente Cesa risulterà coinvolto e successivamente archiviato nell’inchiesta denominata Poseidone, insieme al già compagno di partito onorevole Pino Galati, avocata all’ex pm de Magistris e riguardante il sistema della depurazione in Calabria. Galati risulta però oggi indagato dalla procura di Salerno in merito ad  un paventato complotto volto, secondo i magistrati, ad insabbiare un’inchiesta scomoda come quella in oggetto. Ma in un’epoca come la nostra, drogata da un surreale capovolgimento concettuale del sacrosanto principio del garantismo giudiziario, corrente di pensiero elaborata in teoria con l’intento di proteggere i più deboli da possibili soprusi e abusi di potere, ma trasformatasi in realtà in pretesa di impunità per i potenti, i trascorsi giudiziari finiscono con l’essere poco rilevanti. Ma l’impreparazione, quella no, non si può nascondere  e rappresenta la massima espressione di vera antipolitica, intesa come offesa alla funzione. Perché per riabilitare la politica agli occhi dei cittadini, oltre ad una riscoperta della pubblica moralità, va incentivato e premiato lo studio e il merito, quello vero, e non inteso secondo l’accezione casiniana. Un tempo ci si dedicava alla vita pubblica solo se culturalmente attrezzati. Oggi, scomparso il concetto di pudore, pretendono di fare opinione personaggi che non solo non ne hanno una, ma che fanno fatica persino a leggere quelle scritte da un altro. Chissà perché ogni volta che vedo Cesa a reti unificate leggere con fare incerto un foglietto nel quale condanna “la guera e chiede incentivi per la famiglia”, mi viene il dubbio che, in realtà, di altro non si tratti se non di una brillante imitazione del fortunato personaggio inventato da Antonio Albanese. E allora, se così è, viva l’Italia di Ce…tto, Cetto La Qualunque.



Francesco Toscano

 


Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag. Udc Casini Cesa Antipolitica

permalink | inviato da caiazza il 7/5/2010 alle 18:54 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
POLITICA
3 maggio 2010
PROFONDO NORD

Non c'è più la Lega di una volta. Se persino il movimento fondato da Umberto Bossi ha interiorizzato il concetto di impunità per i potenti siamo veramente alla frutta. In relazione allo scandalo che ha investito il ministro per lo Sviluppo economico Scajola, pure i leghisti si sono rifugiati dietro frasi vuote e di circostanza che mascherano a fatica un evidente  imbarazzo. Maroni e Calderoli si sono detti certi della limpidezza della condotta del ministro ligure, il quale peraltro non è nuovo alle figuracce. Trattasi dello stesso ministro infatti che fu costretto nel 2003 a dimettersi in relazione ad un incauto giudizio espresso nei confronti del professor Biagi, vittima delle Br. "E' un rompicoglioni" disse di Biagi lo sventurato. Scajola ha dichiarato che oggi, a differenza di allora, non rassegnerà le sue dimissioni. E perché mai dovrebbe dimettersi poverino? Solo perché una miriade di testimoni hanno dichiarato, in maniera precisa e convergente, che l'acquisto di un immobile da parte di Scajola sito in Roma con vista Colosseo, di quasi 200 metri quadri, per la modica cifra di 610 mila euro, è frutto di alcune manovre che poco si addicono ad un ministro della Repubblica? Scajola invece resiste incollato alla sua poltrona. Coadiuvato pure dai puri leghisti i quali, sempre verdi come il mitico Hulk, hanno negli anni cambiato in pieno filosofia e prassi. Come sono lontani i tempi in cui i padani occupavano fieri il Parlamento degli inquisiti armati di quel cappio, sventolato dal celtico Orsenigo, che avrebbe dovuto regolare una volta e per tutte i conti con una classe dirigente di ladri che ingrassano affamando i popoli laboriosi e onesti del profondo nord. Il buon Orsenigo è soltanto uno sbiadito ricordo, relegato nell’angolo buio della storia leghista alla voce folklore. Ma un ricordo lontano è pure il Bossi delle origini. Quello che apostrofava delicatamente Berlusconi, all’indomani della rottura del 1994, come “Berluskaz” o peggio “il mafioso di Arcore”. Lo stesso leader che invitava il nord a resistere, come ricordano David Parenzo e Davide Romano in “Romanzo Padano”, onde evitare di consegnare il Paese, all’indomani della rovinosa caduta della prima Repubblica, a forze oscure e ben peggiori persino dell’odiato Caf , genericamente individuate ne “i fascisti, cosa nostra e la P2”. Che fine ha fatto il Bossi che, per nulla scalfito dalla condanna a 6 mesi per il caso Enimont, sosteneva che la Lega ce l’aveva “duro, duroooooooo”. Si sa, con l’età anche la potenza sessuale scema. E oggi, forse, anche alla Lega potrebbe tornare utile qualche pasticca di Viagra. Finita l’epoca romantica ed eroica delle origini la Lega si è imborghesita, risultando via via sempre meno sensibile agli scandali di palazzo. Pur vantando una classe dirigente giovane e mediamente poco chiacchierata, anche la Lega è recentemente incappata in qualche errore, come quello della banca Credieuronord. Avventura finanziaria che si rivelò un totale fallimento nonostante l’intervento benevolo di un prontamente rivalutato Antonio Fazio, già capo di Bankitalia in uno dei periodi più neri della storia del nostro Paese. “Come si cambia per non morire…”, cantava Fiorella Mannoia. Sarebbe un inno perfetto per la Lega di oggi. E così persino Scajola può dormire sonni tranquilli, diluendo le odierne amarezze di fronte al magnifico panorama del Colosseo all’imbrunire. Tranquillo, ministro. I gladiatori non ci sono più. E Orsenigo è sempre più lontano.

 
Francesco Toscano
 
 

Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag. lega nord scajola questione morale

permalink | inviato da caiazza il 3/5/2010 alle 18:54 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
POLITICA
29 aprile 2010
BOCCHINO INDIGESTO

Nel Pdl scoppia il caso Bocchino. Ma stavolta la D'Addario non c'entra...

Il Coyote


Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag. Pdl Bocchino Berlusconi

permalink | inviato da caiazza il 29/4/2010 alle 12:58 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
POLITICA
28 aprile 2010
QUALE QUESTIONE MORALE?

Si fa spesso un gran parlare in Italia di questione morale. Si intende, con tale allocuzione, porre l’accento sulla rispettabilità generale di una classe politica che nel suo complesso non pare garantire standard minimi di onorabilità democratica. E quindi, la questione morale viene sovente brandita come una clava per cambiare assetti politici consolidati o, più sottilmente, per favorire l’indebolimento di alcuni poteri a scapito di altri, magari non rappresentativi. L’operazione denominata Mani pulite che sconvolse l’Italia dei primi anni novanta è un perfetto esempio di ottima riuscita di una rivoluzione fatta, pensata e attuata esclusivamente ad uso e consumo delle diverse élite del Paese. Quelle stesse che sull’onda di una scientifica demolizione del concetto stesso di intervento pubblico nell’economia, sono così riuscite a mettere le mani sui gioielli di Stato trsformandoli da monopoli pubblici in monopoli privati. Mentre prima i partiti rubavano per ridistribuire risorse al fine di garantirsi sacche di consenso clientelare, adesso le nuova razza padrona ruba e basta, senza nemmeno l’incombenza di garantirsi quei consensi dei quali non ha più bisogno. Il grimaldello usato per realizzare un nuovo ordine sociale che ha finito con l’arricchire i già ricchi? La solita questione morale, of course. Sull’altare della quale abbiamo seppellito, senza tristezza, i partiti storici. Ora vorrei essere chiaro su un punto. Non è che i ladri in politica non ci fossero, per carità. Anzi, oggi sono probabilmente mediamente molto più famelici e spregiudicati di quelli che vennero ghigliottinati in anni passati. Il dato centrale è però un altro. E cioè che spesso, in Italia, la verità oggettiva delle cose non interessa nessuno, a meno che non risulti strumentalmente utile per la buona riuscita di un disegno preparato ex ante. Senza contare il dato non trascurabile, poi, che quelli che dovrebbero curare i mali rappresentati da uomini che incarnano anche  fisicamente un verticale abbassamento della pubblica moralità, non sono sempre molto migliori dei soggetti da rieducare. Facciamo qualche esempio, così ci capiamo. I poteri cosiddetti di controllo nei confronti dei governanti sono essenzialmente due e cioè: la libera stampa e la magistratura. Ora, ad un esame obiettivo dello stato di salute di entrambi viene seriamente da preoccuparsi. “Quis custodiet custodes”?, si domandavano i latini. Bella domanda, alla quale dovremmo cercare di dare una risposta pure noi. E allora proviamo a volgere lo sguardo verso quei mondi che dovrebbero sorvegliare i sorveglianti. C’è un caso recentissimo che a mio avviso palesa il contesto in tutta la sua tragicomica gravità. Mi rifersico al caso Why Not  poi degenerato nel surreale scontro tra le procure di Catanzaro e Salerno. Intervenne persino il Presidente della Repubblica Napolitano. Ricordate? Titoloni a reti unificate, commenti corrucciati, cruenti retroscena e sepolcri di ogni risma pronti a stigmatizzare una spettacolo che “mina la fiducia dei cittadini nella giustizia”. Come se ne avessero di fiducia nella giustizia i cittadini. Naturalmente come era evidente fin dal principio a chiunque fosse iscritto al primo anno di Giurisprudenza e non fosse in perfetta mala fede, lo scontro tra procure non era mai esistito. Si trattava di una patetica costruzione mediatica e strumentale, peraltro costata il posto ad alcuni galantuomini come i magistrati Apicella, Nuzzi e Verasani, volta all’occultamento doloso di una amara ovvietà. E cioè che una procura, quella di Salerno, era obbligata per legge ad indagare su un'altra procura, quella di Catanzaro, al fine di capire se avesse fondamento l’ipotesi investigativa riguardante il cosiddetto complotto ai danni di de Magistris al fine di insabbiare le sue inchieste. Ebbene, dopo oltre un anno di indagini i nuovi pm campani, guidati dal magistrato Roberti, sono giunti alle stesse conclusioni dei loro predecessori e hanno notificato l’avviso di conclusioni indagini a magistrati e politici a vario titolo chiamati in causa. Nella speranza che anche la nuova procura non venga annichilita da una sapiente cointeressenza di poteri diversi ma convergenti, è obbligatorio rendere onore alla procura campana che ha dimostrato tanto coraggio. Neppure il freschissimo ricordo della terribile fine toccata a tutti coloro che abbiano tentato di fare luce sul fascicolo Why Not li ha distolti dall’obiettivo di servire solo e soltanto la giustizia e la Costituzione. Un bell’esempio, non c’è che dire. Tutti gli altri invece, tutti quelli cioè che avevano montato il finto scandalo dello scontro tra procure tacciono. La grande stampa, i fini giuristi e i pensosi politologi non hanno più niente da dire. E allora dov’è la questione morale? Interrogativi scomodi, se persino il pm titolare di quelle inchieste, de Magistris, poi entrato in politica, pare oggi esaurire il suo slancio rinnovatore nella vetusta invettiva contro il cattivo Caimano. Anche se a dire il vero, all’epoca, de Magistris fu trasferito dal Csm e non dal Consiglio dei ministri. Acqua passata. Chi ha avuto ha avuto ha avuto chi ha dato ha dato ha dato scurdamuce ‘o passato simme ‘e Napule paisà!

Francesco Toscano 


Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag. giustizia politica stampa why not

permalink | inviato da caiazza il 28/4/2010 alle 19:38 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
POLITICA
8 aprile 2010
IL PAESE DI FRANCO (O CARLO)

Ho letto tutto di un fiato il libro intitolato “Don Vito”, scritto dal bravo giornalista Francesco La Licata insieme a Massimo Ciancimino e dedicato alla controversa figura del padre di quest’ultimo, Vito Ciancimino, già sindaco di Palermo negli anni del sacco e punto di contatto tra poteri disparati e solo all’apparenza agli antipodi. E’ una lettura interessante e per certi versi sconvolgente, sempre se non fossimo in Italia, s’intende. Perché da noi, tutto sommato, nulla indigna e niente fa più scandalo. Neppure leggere nero su bianco, attraverso la precisa ricostruzione di chi quelle storie le ha vissute in prima persona, fatti che sembrano usciti da un film di fantascienza. O dell’orrore, se preferite il genere. Storie al limite del surreale che grondano miseria e suscitano amara ilarità. Come quella, riportata nel libro, riguardante un non meglio identificato questore della Palermo degli anni andati che, per togliere dai guai un incauto professore universitario amico di Ciancimino, resosi responsabile per eccesso colposo di legittima difesa dell’omicidio di uno sfortunato rapinatore, si adopera candidamente per occultare il tutto falsificando atti e documenti. Storie di potere, di mafia e di politica. Storie italiane, vere o presunte, occultate sotto un mare di interessata ipocrisia. Dalla attenta lettura del libro viene fuori uno spaccato di Paese, corroborato da precisi riscontri fattuali, capace di far barcollare anche le convinzioni più ferree circa la legittimità democratica delle nostre istituzioni. Nulla di ciò che accade in Italia, prendendo sul serio i fatti raccontati, parrebbe improntato alla naturale e sana dialettica democratica ma, al contrario, ogni fatto, sia esso di carattere politico, amministrativo o persino giudiziario sembrerebbe indirizzato da manine occulte, capaci di sacrificare e violentare, sempre e comunque, le ragioni del diritto sull’altare di un malinteso concetto di realpolitik. Sfogliando le pagine, crollano secoli di democrazia liberale, di divisione dei poteri, di controllo di legalità, di uguaglianza formale e di stato di diritto. Rimane sola, al centro della scena, la forza. Forza bruta, intesa nel senso più primitivo del termine. La forza cioè, slegata da qualsiasi sovrastruttura di carattere etico, morale o più modestamente soltanto procedurale, che si fa legge in quanto tale. Cosa dimostrano fatti come quelli raccontati, nel caso in cui risultassero storicamente veri, se non che dietro una luminosa e scintillante maschera di democrazia, si nasconde in realtà un sistema di potere che si legittima attraverso canali e metodi inconfessati, barbari e scevri da qualsiasi legittimità sostanziale? La Licata, attraverso Ciancimino, ci mostra un mondo dove tutti, politici, giudici, poliziotti, mafiosi e imprenditori si muovono all’unisono nell’intento di tenere in piedi un equilibrio di potere che tutto sommato, da posizioni diverse, legittima e privilegia tutte le maschere in commedia. C’è il questore che copre gli amici, il politico che si presta a tutto, il magistrato che non vede la mafia, l’informazione che dice e non dice mentre alcuni uomini soli come Falcone combattano una guerra in nome di un ideale di giustizia che esiste solo nella mente di pochi incauti sognatori. Tra tutti i personaggi narrati nelle oltre 200 pagine del libro spicca la figura di tale Franco (o Carlo), presunto agente dei servizi segreti, capace di predire il futuro meglio di qualsiasi cartomante di successo. La vita di Don Vito Ciancimino, a sentire il figlio Massimo, è totalmente accompagnata da questa misteriosa figura. Una figura inquietante e rassicurante insieme che domina e attrae gli eventi come il “motore” di aristotelica memoria. Nulla accade per caso, e nulla sfugge all’ineffabile Franco (o Carlo). Dall’imminente arresto del vecchio boss Lo Verde/Provenzano allo stato della presunta “trattativa” tra Stato e mafia, Franco (o Carlo) è, secondo Ciancimino, sempre sulla notizia. Verrebbe voglia di archiviare tutti questi racconti come semplici fantasie di menti labili e facilmente suggestionabili. E se non fosse per la riapertura delle indagini da parte di coraggiosi magistrati, per gli improvvisi ricordi di Martelli, Violante e Ayala , per la lettura del famoso “Papello” e per le recenti ipotesi avanzate dal superprocuratore Grasso,  probabilmente lo avremmo già fatto. Ma forse, in fondo, anche tutto questo è allo scopo ultroneo. Forse, più semplicemente, per farsi un’idea esauriente, basterebbe darsi un’occhiata intorno.

 
Francesco Toscano
2 aprile 2010
AMORE
"L'amore è l'unica forza che può cambiare il mondo". Tranquilli, lo ha detto il Papa e non Berlusconi.

Il Coyote


Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag. Berlusconi

permalink | inviato da caiazza il 2/4/2010 alle 22:47 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1) | Versione per la stampa
sfoglia
  
Cerca

Feed

Feed RSS di questo blog Reader
Feed ATOM di questo blog Atom
Resta aggiornato con i feed.

Curiosità
blog letto 1 volte