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cosiparlocaiazza
Per quelli che... Apicella non è solo un menestrello

NOVITA' IN LIBRERIA!

Il 19 Gennaio il Corriere della Sera ha dedicato pagina 14 alle intercettazioni del sig. Caiazza che rivolgendosi ad alcuni dirigenti di IdV definiva Di Pietro un delinquente. Ora, il Caiazza non è un personaggio pubblico. Potrebbe essere il panettiere Gino o il barbiere Paoletto. Più o meno nelle stesse ore veniva diffusa (anzi, censurata) la notizia che il Riesame aveva confermato l’ordinanza di sequestro disposta da Apicella & co. nei confronti della procura di Catanzaro che da mesi rifiutava di trasmettere gli atti delle inchieste Why not e Poseidone di De Magistris (ovviamente, anch’egli trasferito). Ma di questo fatto nessun organo di disinformazione ha parlato. Apicella e i pm della procura di Salerno, come è noto, sono stati sanzionati dalla disciplinare del Csm nonostante il Riesame, unico giudice competente a pronunciarsi, avesse deciso nel senso della correttezza. Puniti per aver fatto il loro dovere di giudici, dunque. Nelle stesse ore, il Corriere, per non essere da meno, puniva Carlo Vulpio, cronachista della giudiziaria, reo di aver raccontato la trama del bestseller “Catanzaro-Salerno solo andata” (come lo chiama il muscolarista FT). Questo blog tributa, dunque, il degno riconoscimento alla chiara fama di Caiazza, asceso alla ribalta delle cronache nazionali per nessun motivo.

POLITICA
8 aprile 2010
IL PAESE DI FRANCO (O CARLO)

Ho letto tutto di un fiato il libro intitolato “Don Vito”, scritto dal bravo giornalista Francesco La Licata insieme a Massimo Ciancimino e dedicato alla controversa figura del padre di quest’ultimo, Vito Ciancimino, già sindaco di Palermo negli anni del sacco e punto di contatto tra poteri disparati e solo all’apparenza agli antipodi. E’ una lettura interessante e per certi versi sconvolgente, sempre se non fossimo in Italia, s’intende. Perché da noi, tutto sommato, nulla indigna e niente fa più scandalo. Neppure leggere nero su bianco, attraverso la precisa ricostruzione di chi quelle storie le ha vissute in prima persona, fatti che sembrano usciti da un film di fantascienza. O dell’orrore, se preferite il genere. Storie al limite del surreale che grondano miseria e suscitano amara ilarità. Come quella, riportata nel libro, riguardante un non meglio identificato questore della Palermo degli anni andati che, per togliere dai guai un incauto professore universitario amico di Ciancimino, resosi responsabile per eccesso colposo di legittima difesa dell’omicidio di uno sfortunato rapinatore, si adopera candidamente per occultare il tutto falsificando atti e documenti. Storie di potere, di mafia e di politica. Storie italiane, vere o presunte, occultate sotto un mare di interessata ipocrisia. Dalla attenta lettura del libro viene fuori uno spaccato di Paese, corroborato da precisi riscontri fattuali, capace di far barcollare anche le convinzioni più ferree circa la legittimità democratica delle nostre istituzioni. Nulla di ciò che accade in Italia, prendendo sul serio i fatti raccontati, parrebbe improntato alla naturale e sana dialettica democratica ma, al contrario, ogni fatto, sia esso di carattere politico, amministrativo o persino giudiziario sembrerebbe indirizzato da manine occulte, capaci di sacrificare e violentare, sempre e comunque, le ragioni del diritto sull’altare di un malinteso concetto di realpolitik. Sfogliando le pagine, crollano secoli di democrazia liberale, di divisione dei poteri, di controllo di legalità, di uguaglianza formale e di stato di diritto. Rimane sola, al centro della scena, la forza. Forza bruta, intesa nel senso più primitivo del termine. La forza cioè, slegata da qualsiasi sovrastruttura di carattere etico, morale o più modestamente soltanto procedurale, che si fa legge in quanto tale. Cosa dimostrano fatti come quelli raccontati, nel caso in cui risultassero storicamente veri, se non che dietro una luminosa e scintillante maschera di democrazia, si nasconde in realtà un sistema di potere che si legittima attraverso canali e metodi inconfessati, barbari e scevri da qualsiasi legittimità sostanziale? La Licata, attraverso Ciancimino, ci mostra un mondo dove tutti, politici, giudici, poliziotti, mafiosi e imprenditori si muovono all’unisono nell’intento di tenere in piedi un equilibrio di potere che tutto sommato, da posizioni diverse, legittima e privilegia tutte le maschere in commedia. C’è il questore che copre gli amici, il politico che si presta a tutto, il magistrato che non vede la mafia, l’informazione che dice e non dice mentre alcuni uomini soli come Falcone combattano una guerra in nome di un ideale di giustizia che esiste solo nella mente di pochi incauti sognatori. Tra tutti i personaggi narrati nelle oltre 200 pagine del libro spicca la figura di tale Franco (o Carlo), presunto agente dei servizi segreti, capace di predire il futuro meglio di qualsiasi cartomante di successo. La vita di Don Vito Ciancimino, a sentire il figlio Massimo, è totalmente accompagnata da questa misteriosa figura. Una figura inquietante e rassicurante insieme che domina e attrae gli eventi come il “motore” di aristotelica memoria. Nulla accade per caso, e nulla sfugge all’ineffabile Franco (o Carlo). Dall’imminente arresto del vecchio boss Lo Verde/Provenzano allo stato della presunta “trattativa” tra Stato e mafia, Franco (o Carlo) è, secondo Ciancimino, sempre sulla notizia. Verrebbe voglia di archiviare tutti questi racconti come semplici fantasie di menti labili e facilmente suggestionabili. E se non fosse per la riapertura delle indagini da parte di coraggiosi magistrati, per gli improvvisi ricordi di Martelli, Violante e Ayala , per la lettura del famoso “Papello” e per le recenti ipotesi avanzate dal superprocuratore Grasso,  probabilmente lo avremmo già fatto. Ma forse, in fondo, anche tutto questo è allo scopo ultroneo. Forse, più semplicemente, per farsi un’idea esauriente, basterebbe darsi un’occhiata intorno.

 
Francesco Toscano
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